Bonino propone legge per eliminare reato di clandestinità

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Qualche giorno fa è iniziata una raccolta firme per avanzare una proposta di legge di iniziativa popolare riguardo l’accoglienza ai migranti nel nostro Paese. Tra l’altro, oggi 27 maggio, anche a Bologna, come a Barcellona e Milano, ci sarà una manifestazione per ribadire che l’accoglienza è un dovere e non un problema e che la paura del diverso è generata dai potenti che vogliono una guerra tra poveri.

A presentare la raccolta firme a Firenze c’era Emma Bonino, la quale ha spiegato che l’obiettivo è l’abrogazione della legge Bossi-Fini, in modo tale da cancellare il reato di clandestinità e dare permessi di soggiorno provvisori utili a cercare lavoro.

Riguardo l’ingresso o meno di nuovi migranti, è opportuno ricordarsi dell’art. 10 della Costituzione, il quale recita:

L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici.

Le spese legate all’immigrazione (tratte da Lo Sfoglio), inoltre, ammontano a 12,6 miliardi di euro, incluse le quote di trentacinque euro giornalieri dati alle strutture ricettive, il che vuol dire che l’Italia spende per gli immigrati meno del 2% delle sue risorse economiche, una cifra irrisoria, dunque. C’è da sapere, inoltre, che poiché i soldi spesi per gli immigrati vengono reinvestiti sul territorio, il che si traduce in un guadagno per lo Stato italiano di 16 miliardi, dunque 4 miliardi netti dal “business” dell’immigrazione.

In tale scenario, la proposta di legge lanciata dalla Bonino si propone di mettere fine al lavoro nero e allo sfruttamento degli immigrati, pagati spesso pochi spiccioli in cambio di giornate da dodici o quattorici ore di lavoro.

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